• Andrea Dallapina

I want relief

Prevalenza di bel tempo, ma con rischio di temporali sui rilievi, nel fine settimana nell’Alto Piemonte.


Il barometro del giovedì scruta invece i cieli in cerca di oggetti volanti non identificati. Negli ultimi giorni si susseguono articoli che fanno crescere l’attesa per la relazione sugli Ufo che sarà presentata questo mese al congresso Usa da parte delle agenzie di intelligence.


Nel frattempo, la Marina statunitense ha certificato video di oggetti volanti misteriosi che circolano in rete, Obama ha dichiarato di aver appreso durante la sua presidenza elementi su fenomeni non spiegabili.

Insomma, sembra che non sia più solo l’agente Mulder di X-Files a voler dire “I want to believe” (Voglio crederci).


Ebbene, è facile immaginare che dal rapporto non uscirà una prova decisiva (non mostrerà un corpo alieno conservato nell’area 51) e contemporaneamente offrirà diversi eventi non spiegabili di fenomeni aerei (giusto per fomentare un altro po' il bar Sport complottista permanente via social e poter chiedere maggiori fondi per la ricerca di cosa siano questi fenomeni).


Insomma, resterà aperta la possibilità di scegliere tra il credere o non credere a una presenza extraterrestre sulla Terra (o di una tecnologia segreta e avanzatissima a disposizione di qualcuno).


Al believe, al credere, personalmente preferirei il relief, il sollievo. Mi piacerebbe che si archiviasse la pratica Ufo in un senso o nell’altro: con la prova che gli Ufo non sono fenomeni extraterrestri o con quella che dimostra che gli alieni girano sulla Terra ma se ne fregano di noi. E poi via a dedicarsi ad attività più piacevoli o più utili.


Invece, anche di fronte all’ipotesi aliena, possiamo fare nostre le parole di Beckett, realistica descrizione della condizione umana, del nostro operare cieco, ignorante, senza sollievo, e perciò vitale: “Dove sono, non lo so, non lo saprò mai, nel silenzio non lo sai, devi andare avanti, anche se non posso avanzare, andrò”.

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