• Andrea Dallapina

Ei fu

Sabato saranno possibili ancora precipitazioni nell'Alto Piemonte. Domenica dovrebbe invece prevalere il sole.

Mercoledì prossimo saranno 200 anni dalla morte di Napoleone Bonaparte.

Il Cinque maggio è una data che gli studenti italiani hanno appreso per generazioni poiché è il titolo di una delle odi più celebri di uno dei padri della letteratura italiana. Certamente si potrebbero scrivere (e si sono scritti) libri su Bonaparte e il Manzoni, il barometro del giovedì invece è colpito da un particolare. Manzoni scrisse l’ode in morte di Napoleone in pochi giorni appena presa la notizia. Solo che la notizia la lesse il 17 luglio, sull’edizione del giorno prima del Corriere di Milano. Bonaparte era morto da oltre due mesi, ma tant’è: all'epoca le notizie per giungere da Sant’Elena nel sud dell’Atlantico al Vecchio Continente impiegavano mesi. Non c’erano ancora telegrafi, radio, tv o reti telematiche.

Come certamente ricorderete Manzoni alla fine dell’ode s’interrogava se quella di Napoleone fu vera gloria, demandando ai posteri l’ardua sentenza.

Il personaggio più famoso al mondo dell’epoca muore, ci vogliono due mesi per saperlo, e per giudicarlo si pensa ci vorranno generazioni.

Basterebbe osservare questo fatto per capire come invece oggi sappiamo in tempo reale della morte di qualunque vip o presunto tale in ogni parte del mondo e nell’arco di una giornata ogni giudizio su di lui e su cosa ha rappresentato è consumato su media tradizionali e non. E avanti il prossimo.

La sensazione è che l’accelerazione della comunicazione non ci abbia proiettato in avanti, ma abbia invece schiacciato il futuro in un presente nel quale è abolita la distanza, quella che consentirebbe di parlare con la giusta prospettiva. Di guardare al passato per pensare al futuro. Però nulla ci vieta di tornare a farlo. Avere un acceleratore può essere molto utile, ma non ci obbliga a schiacciarlo sempre. Soprattutto in prossimità delle curve del destino.

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