• Andrea Dallapina

E la barca va

Il modo con cui la Storia veniva insegnata a scuola (e in gran parte credo sia lo stesso di oggi), ci ha abituato all’idea che le umani sorti siano segnate da eventi particolarmente significativi, tappe che ne hanno stabilito l’evoluzione. Una Storia fatta di guerre e rivoluzioni, di eventi traumatici, di repentini cambi di modelli di società, di visioni del mondo, di personaggi chiave, ecc.

In realtà, nella maggior parte dei casi, la Storia è una costruzione a posteriori, è il dare un senso a degli eventi che all’epoca ne avevano tutt’altro per la maggior parte delle persone. È un convivere di vecchio e nuovo, è un contaminarsi, un raccontarsela.


Questo modo di vedere il procedere dell'evoluzione umana, si riflette anche sule cose più effimere. Quelle che cantano un'estate o anche meno. Prendete per esempio il Festival di Sanremo. La scorsa settimana carrettate di commenti social di chi lo vede ancora percorso di maschilismo e scenette da villaggio vacanze/oratorio e altrettanti post e tweet da parte di chi invece sottolinea che il genere indie (quella che un tempo era la musica indipendente) è diventato maggioranza e la riserva indiana è oggi Orietta Berti.


Conservazione o rivoluzione? Stereotipato o iconoclasta? L'uno e l'altro, perché le cose evolvono, cambiano, ma la tabula rasa non si dà. Il vecchio sopravvive, il nuovo si afferma trasformandosi, il puro d'un tempo diventa il nuovo impuro, il vecchio impuro diventa nostalgia.

E la barca va, per parafrasare Fellini e Berti assieme.


Dovremo tenerlo in mente anche quando pensiamo a noi stessi. Quando cerchiamo la ricetta per dire “da domani basta” o al contrario ci ripetiamo "non voglio cambiare". Quando ci immaginiamo debbano esserci delle tappe, degli snodi fondamentali nella nostra vita (che peraltro ci sono, si chiamano traumi e non dipendono da noi, come le pallottole vaganti).


Il punto è questo: non si tratta di buttare o cancellare qualcosa di noi stessi o, viceversa, scegliere di mummificarlo, si tratta di reinterpretarlo, giorno dopo giorno. Perché dobbiamo abitare questo paradosso: siamo sempre quello che eravamo, ma già non lo siamo più.

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