• Andrea Dallapina

Che effetto fa?

Fino a sabato continuerà nell’Alto Piemonte un anticipo di primavera. Domenica previsto ancora tempo soleggiato ma con un leggero calo delle temperature.


Il barometro del giovedì registra invece il moltiplicarsi di previsioni sul futuro, ancor più che nella prima fase della pandemia, quando l’attenzione era rivolta al presente, al far passare “la nuttata”.


È un effetto di quello che i tedeschi hanno battezzato “coronamüde”, aggettivo che sta per “stanco del coronavirus”. Di fronte all’incertezza (“si apre, no, si chiude”, “i dati migliorano, no, peggiorano”, “i vaccini ci sono, no, non ci sono”, ecc.) è inevitabile che si provi a prevedere quel che accadrà.


Sin dall’antichità di fronte al imperscrutabile destino delle delle sorti umane ci si è sempre affidati ad oracoli, vaticini, oroscopi e profeti. È stato il dominio della tecnica a metterli in secondo piano, dicendo che tutto è computabile, prevedibile, basta che l’algoritmo elabori i dati. Peccato che i dati in molti casi non ci siano, soprattutto di fronte a un nuovo evento. E l’algoritmo e l’aruspice finiscono per assomigliarsi nell’efficacia predittiva.


In questa settimana ho letto articoli che annunciano boom economici e deserti post-Covid, sino a una futura super inflazione. In fondo, ogni previsione che si colloca nel possibile è probabile. Inconfutabile a priori.


Il fatto è che le previsioni, se da un lato ci rassicurano dicendoci che il futuro non è indecifrabile, dall’altro possono generare angosce o aspettative (il famoso problema della medicina preventiva: se ho quel gene potrei ammalarmi di … e quindi che faccio? Mi fascio la testa prima di romperla? O è meglio seguire: uomo avvisato mezzo salvato?).


Personalmente, quando vivo simili situazioni di stallo, penso all’entropia dell’universo e all’eterogenesi dei fini, che tradotto in termini più prosaici significa che le cose comunque vanno, e noi con loro.


L’universo è una pietra rotolante, like a rolling stone: non sappiamo quando si fermerà e quale direzione prenderà. L’unica domanda che ha senso porsi per dirci umani è quella che cantava il poeta: How does it feel? Che effetto fa, come ci sentiamo mentre rotoliamo? Noi, le persone che incontriamo e quelle a diecimila chilometri? È di questo che dovremmo occuparci.


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